Cina: giustiziati altri tre trafficanti giapponesi
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Questa mattina l’agenzia nazionale cinese Xinhua ha fatto sapere che, nel Liaoning, provincia nord est della Cina, sono avvenute altre tre esecuzioni capitali. Le vittime sono Teruo Takeda, Katsuo Mori, entrambi 67enni, e Hironori Ukai, 48enne, tutti giustiziati in seguito all’accusa di traffico di droga.
L’esecuzione si è ripetuta a distanza di pochi giorni da quella del giapponese Mitsunobu Akano, 65enne, giustiziato con l’accusa di contrabbando tra Cina e Giappone. Non c’è da stupirsi in effetti se si pensa che in Cina la maggior parte dei reati viene punita con la pena di morte e che bastano appena 50 grammi di droga per essere giustiziati. Le autorità cinesi considerano infatti lo spaccio e il contrabbando reati che hanno gravi effetti sulla società: applicando la pena di morte, dunque, il governo spera di combattere questi crimini.
Le tre esecuzioni erano già state annunciate dalle autorità cinesi al governo del Sol Levante ma a nulla sono serviti i colloqui diplomatici tra i due Paesi per evitare le condanne. Il primo ministro giapponese, Hatoyama Yukio, si è dichiarato dispiaciuto per lo spiacevole e severo evento, e nonostante abbia seguito fiducioso i vari processi giudiziari nella speranza di un esito diverso per i suoi concittadini, ha annunciato che il Giappone non può interferire con gli affari giudiziari di un altro Paese.
A seguito della prima esecuzione, il portavoce del ministro degli Esteri cinese, Jiang Yu, in una conferenza stampa, ha fatto sapere che la condanna di Akano non avrebbe compromesso i futuri rapporti tra i due grandi Paesi. Per niente accomodanti, invece, si sono dimostrati i giornali giapponesi che si sono schierati a favore dei loro concittadini, invitando il governo a reagire e a non assumere un atteggiamento razionale nei confronti del governo cinese.
In Giappone, infatti, la maggior parte della popolazione considera queste condanne ‘dure’ e mirate verso i loro concittadini. Il governo cinese, dal suo canto, non si è fatto per nulla intimorire dalla stampa nipponica né tanto meno dalle proteste che si sono svolte in maniera piuttosto pacifica in Giappone a
seguito della prima esecuzione capitale. Nonostante gli appelli alla clemenza, la Cina è sempre rimasta ferma sulla decisione di far rispettare la legge.
Ovviamente sul tema non poteva tacere Amnesty International che da anni combatte per l’abolizione della pena di morte in Cina e che in questa occasione ha protestato davanti l’ambasciata cinese a Tokyo. Stando alle statistiche, infatti, questo Paese deterrebbe il record mondiale di esecuzioni giudiziarie, e secondo un rapporto pubblicato la settimana scorsa da Amnesty International , i dati forniti sulle esecuzioni non sarebbero nemmeno attendibili data la mancanza di trasparenza del sistema cinese.
Ma a combattere questa condanna, non c’è solo Amnesty International. Lo scorso 28 febbraio, a Ginevra, si è concluso il IV Congresso mondiale contro la pena di morte, che ha visto la nascita di una commissione internazionale, che sarà attiva dal secondo semestre del 2010, e che si impegnerà per raggiungere una moratoria della pena entro il 2015.












